Mordi, bevi e fuggi a Napoli – Travel Tips

In Articles, Travel Tips by Paola CarlomostiLeave a Comment

 

Immaginate di avere solo 12 ore per visitare una città: no, nulla a che vedere con ‘Paura e delirio a Las Vegas’. Io li chiamo ‘mordi, bevi e fuggi’, suona molto meno pulp ed underground, ma è il modo in cui io cavalco il mondo, probabilmente più simile a ‘Le Fabuleux Destin d'Amélie Poulaine’.

Prendere un volo alle sei del mattino col rientro il giorno dopo, da sola, senza neanche il bagaglio a mano (se non una borsa abbastanza grande per un cambio per la sera, tacchi, make-up e la mia solita bottiglia di cuvèe prestige - come piano b, all’occorrenza -). Ci sono storie d’amore che durano 'Til Death Do Us Part’; oppure ci sono avventure di una notte, intense, frenetiche, vissute con lo spirito di chi non ha niente da perdere, perché non vuole piacere all’uomo che ha davanti, perché sa che all’indomani non lo vedrà mai più, e viene naturale vivere tutto come fosse l’ultima volta. Per questo è tutto più forte, tutto più accelerato. Con gli uomini non mi riesce, ma quando faccio una delle mie ‘fughe’, mi piace dare appuntamenti al buio alla città, farla mia per un giorno soltanto, senza silenzi imbarazzanti e walk of shame del giorno dopo.

Una cosa ci spaventa fino a che lo non abbiamo il coraggio di osare, semplicemente facendola, ed una volta rotto il ghiaccio, non fa poi così paura…Ogni volta che faccio le mie ‘fughe dalla città’, non finisco di stupire la gente che mi trova un pò svitata, ma sotto sotto, vorrebbe anche lei farlo almeno una volta nella vita, ma fa paura. Se volete provare ad entrare nel ‘magico mondo di Paola’ e passare una giornata al cardiopalma con ritmi serratissimi e senza troppi problemi di budget, ecco dei consigli per voi… oggi abbiamo un appuntamento con Napoli. Appena arrivate, na tazzulella 'e cafe a Margellina da Ciro. Vi consiglio di assaggiare tutto: oltre alle sfogliatelle, sia ricce che frolle, protagonista indiscussa la graffa (da non confondere con il krapfen, rischio linciaggio in pubblica piazza. La graffa è un’icona della pasticceria napoletana con contaminazioni austriache; una sorta di figlio illegittimo, ma null’altro che una ciambella fritta ricoperte di zucchero con una base di farina e patate). Per ammortizzare un pò le calorie, una bella passeggiata sul lungomare fino ad arrivare a Santa Lucia, tre chilometri di sospiri tra il mare sulla vostra destra, dove sbadiglia ancora Capri ed il promontorio di Posillipo, ed il Vesuvio, più sornione, che vi guarda dalla testa ai piedi. Per pranzo rientriamo in centro: Piazza del Plebiscito. Un pò come chi dice di non essere scaramantico, tuttavia preferisce non passare sotto una scala, a Napoli, in questa piazza, va seguito religiosamente un rituale (sappiate che a Napoli è sacrilego non essere superstiziosi: fatevi regalare un corno, per non saper né leggere, né scrivere). Bendati, si deve cercare di percorrere i 170 metri che intercorrono tra la porta d'ingresso del Palazzo Reale e le statue equestri. L’intento è quello di riuscire a passare fra i due cavalli, impresa impossibile (e non voglio dare la colpa allo spritz che mi ero bevuta prima di tentare…); a mia difesa la leggenda sostiene che nessuno sia mai riuscito nell'ardua prova, a causa di una maledizione della regina Margherita. Si dice, infatti, che la sovrana era solita concedere una volta al mese la libertà ai suoi prigionieri, ma solo qualora fossero riusciti nella prova; tuttavia, a causa della sua maledizione, nessuno fece viva la pelle. Per pranzo, pizza fritta. Dove? Di lì a due passi, Antica Pizza Fritta da Zia Esterina Sorbillo.

Classico street food napoletano. Mi ricorda un film, L'oro di Napoli, con una splendida Sofia Loren che, nel secondo dopoguerra, la vendeva in un chioschetto di una Napoli stremata dalla povertà, dove anche la pizza era un lusso, e per avere l’illusione di un pasto più abbondante, si usava lo stesso impasto per la pizza, che una volta fritto, con l’olio scalpitante che lo rigonfiava, dava la sensazione di essere più sostanzioso. Alternativa altrettanto allettante, il pescato povero del giorno, ossia quello che in dialetto viene chiamato fragaglia (che un tempo erano il fondo dei panieri dei pescivendoli). Un cartoccetto da condire con un pò limone e pepe, ed è fatta. Per il pomeriggio passeggiata a Spaccanapoli e Quartieri Spagnoli. Perdersi nella città, questo è il momento giusto, fatelo (ma con la testa sulle spalle, fa parte del folklore locale ‘essere più svegli di te’). Quartieri spagnoli, perché era qui che le truppe spagnole venivano dislocate per sedare eventuali rivolte da parte dei popolani. Dunque, già delle sue origini, un quartiere difficile e ribelle, ma qui si rimane sedotti da questa città. È il quartiere 'O sciupafemmene, bellè e maledètt, al quale non puoi resistere. Vicoli stretti come feritoie, i ‘bassi napoletani’, i balconi con i panni stesi ad asciugare, il dialetto strillato come colonna sonora effetto Dolby surround ovunque. Per spezzare la fame, riprendiamo fiato al bar del Professore per un caffè ed un babà (per chi non volesse attenersi atta tradizione tout court, vanto di questo bar, il caffè alla nocciola). Curiosità sul babà: anche qui andiamo lontani. Il babà nasce in Polonia, dall’estro di Stanislao Lekzinsky, ex Re polacco, ed arriverà a Napoli con Murat come ‘babà alla polacca’, inizialmente peccato di gola da consumarsi solo nelle case nobiliari, poi, svestito dei canditi, si fa popolano (Artusi dirà che il Babà vuole continuamente veder in faccia chi lo fa). E’ il momento di darci un tono, cambio d’abito, vestiamoci per la sera. Dopo aver goduto il tramonto al Vomero, dal davanzale privilegiato della suo immaginario balcone con vista, torniamo in centro per un aperitivo da Caffè Gambrinus. Personale molto cordiale in livrea bianca. Stile molto pomposo di altri tempi. Tutto richiama quel garbo e quella galanteria che da del ‘Voi’, come si usa fare a Napoli. Per cena ci vogliamo togliere un capriccio? Si va nel Quartiere Sanità e dopo aver fatto almeno un’oretta e mezza di attesa fuori dalla pizzeria, ci facciamo guidare in una degustazione nella Pizzeria Concettina ai Tre Santi. Il giovane proprietario, Ciro, è un fenomeno della natura con una visione tutta napoletana della vita. La pizza fritta al pomodoro, indimenticabile. Non fate l’errore di cadere nel tranello miseria e nobiltà’, intendo: qualora cercasse di proporvi, come ha fatto con noi, tartufo e caviale sulla pizza solo perché hai ordinato un Krug, inciampereste in una caduta di stile.

Qui si mangia bene, tenetevi sul semplice, e mangerete Napoli. Per concludere, dice Goethe “Siehe Neapel und stirb!”… ossia, “Vedi Napoli e poi muori”, io, però, vorrei chiudere intonando una canzone, mentre torno a casa e riposo testa, gambe e cuore. Pino Daniele….

“Napule è mille culure Napule è mille paure Napule è a voce de' criature Che saglie chianu chianu E tu sai ca' non si sulo".

 

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