Rodano produttori – Dario Cappelloni

In Articles, Wine Writing by Lindsay GabbardLeave a Comment

 

Parlare del Rodano significa parlare di una realtà plurale e composita sotto tutti i punti di vista: climatico, ampelografico, geologico, culturale. 

L’area vitivinicola del Rodano si articola in due grandi zone: il Rodano settentrionale, che si estende da Vienne a Valence, e quello meridionale, che si sviluppa all’incirca tra Montélimar e Avignone, ma per estensione e diversità pedoclimatiche si presenta in maniera molto più complessa e con una serie di vini molto differenti tra loro. La piramide qualitativa che caratterizza tutti i vigneti francesi qui si articola su tre livelli: la Appellation Régional Côtes du Rhône, realizzata nel 1937 e che si estende su 171 comuni in 6 differenti dipartimenti; i Côtes du Rhône Villages, che contano 16 denominazioni comunali, tutte nel Rodano meridionale, e le Appellations Locales, 13 crus di cui 8 nella parte nord e 5 in quella sud, cui si aggiungono 2 denominazioni riguardanti i cosiddetti Vins Doux Naturels, entrambe a sud. Il Rodano può essere definito senza dubbio una regione rossista – il 94% del volume totale del vino prodotto è rosso, mentre il restante 6% è diviso equamente tra bianchi e rosati – che presenta però impostazioni profondamente differenti a seconda della zona di produzione e propone uno dei vini bianchi più ricercati e stimati al mondo, il Condrieu. La prima e più evidente differenza è legata ai vitigni che vengono utilizzati. Nel Rodano settentrionale troviamo un solo vitigno rosso, la syrah, e tre bianchi, viognier, marsanne e roussanne, tutti assolutamente autoctoni, derivanti probabilmente dalle vigne selvatiche delle foreste del Delfinato. Nel Sud invece troviamo un vero e proprio mosaico di vitigni, la maggior parte dei quali, come cinsault, clairette o bourboulenc, sono tipici di tutta l’area mediterranea francese, ai quali si sono aggiunti tre vitigni di origine spagnola, giunti nella zona circa due secoli fa e presto diventati i veri protagonisti del vigneto del Rodano meridionale: sono il grenache, il carignan e il mourvèdre. Una simile diversità la troviamo anche per quanto riguarda il clima; nella zona settentrionale troviamo un clima di tipo continentale moderato, con estati secche e calde, mentre nella parte meridionale è di tipo mediterraneo, influenzato fortemente dal maestrale, il vento del nord che soffia in queste terre con grande forza, fino a spezzare le piante giovani, rendendo più fresche le temperature ed impedendo la proliferazione di muffe e funghi patogeni. Infine il suolo: il Sud presenta un suolo a dominante calcarea, con tratti sabbiosi e sassosi, uno strato di grandi ciottoli rotondi che giocano un ruolo fondamentale nell’irradiamento della luce e del calore sui vigneti, che su distende su dolci collinette, mentre il Nord ha un suolo a dominante granitica e scistosa, con vigneti che si sviluppano su pendenze estreme, rendendo possibile la coltivazione solo su terrazzamenti.

Accanto a questa enorme varietà di condizioni quello che soprattutto colpisce è l’effervescenza ed il dibattito che percorrono questa regione sia dal punto di vista delle tecniche che da quello più ampio della filosofia di produzione e di approccio al vino, e questo vale sia per il lavoro in vigna che in cantina. Grazie forse ad una minore attenzione e pressione mediatica e dei mercati rispetto ad altre regioni francesi come il Bordeaux o la Borgogna è qui che la viticoltura si è più messa in discussione in questi ultimi anni. Diraspatura, solfitaggi, utilizzo di tecnologia in cantina, quelli che sembravano essere i capisaldi della viticoltura moderna e le vere ragioni del miglioramento complessivo della produzione vitivinicola di tutto il mondo qui sono divenuti oggetto di ripensamenti e di discussioni accese. Coltivazione biologica e biodinamica sono solo alcuni degli elementi che in questi ultimi dieci anni hanno portato alla rimessa in discussione complessiva del modo in cui si è costituito il mondo del vino dal dopoguerrra in poi. Le ultime annate, con le loro condizioni estreme e la loro diversità, hanno finito per accentuare le differenti filosofie vitivinicole, portandone alla luce pregi e difetti. Così, accanto ai nomi più famosi, come Guigal, Chapoutier, Jaboulet, Beaucastel, Vieux Télégraphe e altri, sono cresciuti in qualità ed interesse vignaioli e aziende meno noti ma che vale la pena di conoscere, e questo in tutte le zone della regione. Questo mese vi presentiamo la situazione per quanto riguarda le denominazioni più famose - Côte Rôtie, Hermitage, Condrieu e Châteauneuf-du-Pape – ma possiamo assicurarvi che anche nelle denominazioni “minori”, che verranno presentate in un prossimo numero, si trovano produttori e vini che vale la pena di conoscere e di assaggiare. 

Steep terraced vineyards during the last day of winter at Domaine Georges Vernay in Condrieu, Cote-Rotie, Rhone Valley, France. Georges Vernay is credited with keeping the Viognier grape in production.

Presentazione 2° parte

Eccoci allora alle cosiddette “denominazioni minori”. Dopo aver visto il mese scorso lo “stato delle cose” delle denominazioni più note e reputate, chiudiamo questo percorso lungo il Rodano con vini provenienti da aoc un po’ meno conosciute ma non per questo meno affascinanti ed anzi spesso occasione di belle sorprese ed ottimi affari. Difficile trovare qualcosa in comune tra queste differenti realtà; dal nord al sud le condizioni mutano enormemente, almeno se si guarda al clima, al suolo, alla tradizione ed alla storia di queste zone, e inoltre anche tenendo conto del solo Rodano meridionale è difficile darne una visione complessiva che abbia senso, viste le molteplici sfaccettature e l’assenza di una sostanziale unità di spazio o ampelografica. Cosa resta, allora? Resta una componente fondamentale, quella umana. E’ proprio in queste denominazioni che abbiamo trovato una serie di vigneron sorprendenti ed appassionati, desiderosi di imparare, crescere, cambiare ma anche di ritrovare le proprie radici, sia culturali che colturali; tutto questo per di più con una grande “laicità” nei confronti delle scelte fatte e da fare che ha lasciato indietro un certo settarismo, almeno nei discorsi;  grazie forse anche ad un sano passo indietro dal punto di vista del linguaggio, vista la valenza acquisita in questi ultimi tempi da termini di un certo tipo, quello che era stato definito come “terroirism” non sembra essere più di moda, tra i vignaioli come tra i critici. 

Da nord a sud il Rodano sembra invece essere attraversato da una riflessione generale sul modo in cui poter produrre il vino oggi, su quali passi, avanti o indietro, vadano fatti per proseguire un percorso mutevole, lungo il quale non è mai possibile fermarsi definitivamente. Vediamo così dei nuovi approcci nel Cornas da parte di produttori come Allemand, Balthasar o Clape, tesi a rendere il vino alla sua dimensione naturale, dalla preparazione delle vigne al lavoro in cantina, in cui vengono predilette le tecniche meno invasive e dove più che “ad aggiungere”, cioè a correggere il vino per renderlo più buono o più gradevole, si lavora “a togliere”, cioè a fare un passo indietro rispetto alle possibilità che ci vengono offerte dalla moderna tecnica enologica, convinti che sia il modo migliore per far esprimere al vino quell’identità col territorio e quell’armonia che tutti dicono di ricercare. Certo, per quanto riguarda questa parte del Rodano la differenza tra i produttori delle “grandi” e quelli delle “piccole” denominazioni non è poi così evidente: sono molti quelli che producono più vini, dal Côte Rôtie al Saint-Joseph e così via, ma spesso la sperimentazione riguarda principalmente gli outsider, dove non solo è più facile rischiare ma dove lo stile è anche meno codificato e le aspettative sono minori. 

La cosa è invece più evidente nel Rodano meridionale, dove crescono e salgono alla ribalta non solo i “piccoli” cru, come Lirac o Vacqueyras, denominazioni che ci hanno francamente impressionato per qualità complessiva e convenienza, ma anche alcuni produttori dei vari Côtes du Rhône Villages, sempre più impegnati in una ricerca di fondo, che coinvolge passato e futuro della viticoltura rodaniana, in cui vigne centenarie e metodi di lavoro tradizionali affiancano vere e proprie fabbriche di vino. Così fanno riflettere le posizioni di produttori che operano nelle più varie denominazioni, come Viret, Richaud o Gramenon, per i quali i problemi non sembrano più essere l’uso o meno dei legni grandi o piccoli né quello dei lieviti o della diraspatura, ed in un certo senso nemmeno quello della produzione biologica o biodinamica, quanto piuttosto una nuova impostazione verso l’intero mondo vitivinicolo, dalla vigna alla tavola del consumatore. Se, come afferma Richaud, “un buon produttore oggi deve soprattutto rispettare tre cose, il terroir, il suo essere viticultore ed il consumatore, e che c’è un solo modo per farlo, cioè quello di dare cose vere”, oggi certe cantine dovrebbero portare la scritta “raffinerie di vino”, visto quanto nel vino si può aggiungere e modificare rispetto all’uva che entra in cantina ed alle sue effettive potenzialità. Ancora Richaud, che ha bandito tutti i prodotti chimici o di sintesi, ha messo in evidenza come nei suoi 30 anni di vendemmie e di vinificazioni abbia vissuto il tempo della chimica e fatto errori da cui ha imparato per l’oggi e per il futuro. La ricerca di tutti questi “sovvertitori dell’ordine”, pur percorrendo strade diverse, è centrata in effetti sull’autenticità e l’equilibrio, equilibrio tra la natura e il modo di produrre ed equilibrio come caratteristica dominante per realizzare un grande vino, e punta fondamentalmente a liberare la vitivinicoltura dalla stretta della chimica, una volta, non più di 15 anni fa, considerata salvifica ed oggi invece vista come mortifera e globalizzante, come insegna il reciproco rafforzamento tra i prodotti chimici utilizzati nelle vigne, che hanno come “effetto collaterale” di uccidere i lieviti naturali, e l’uso di lieviti selezionati sempre più forti, marcati e dai gusti standardizzati. 

Cosa dire di tutti questi approcci? Intanto che abbiamo trovato tanti vini buoni, al nord come al sud, prodotti e realizzati in tanti modi diversi; che al di là delle teorizzazioni e delle posizioni “ideologiche”, dobbiamo ammettere che alcuni dei vini più entusiasmanti che abbiamo assaggiato provengono dai produttori più “problematici”, critici nei confronti di come viene fatto oggigiorno il vino e a volte più marginalizzati; che bisogna mantenersi aperti ad ogni suggestione, senza cadere nella trappola della ghettizzazione, sempre più in agguato, che proviene dalle varie certificazioni bio o dalle classificazioni “giornalistiche” come quella dei “vini veri”, che tendono a dividere il mondo del vino in vignaioli buoni e cattivi, in vini “veri” o, inevitabilmente, “falsi”. Forse la chiosa finale migliore è proprio il modo in cui ci ha risposto Thierry Allemand quando gli abbiamo chiesto se lui produceva in modo biologico: “Io non faccio vino biologico, biodinamico o “selvaggio” o cos’altro; Io faccio vino e basta”.

Yves Cuilleron, François Villard e Pierre Gaillard stanno ricostruendo il vigneto di Seyssuel

Allemand cerca di intervenire il meno possibile sulle uve, in particolare in cantina, fino alla non solfitazione

Le denominazioni

Côte Rôtie

Denominazione principe del nord del Rodano insieme all’Hermitage, la Côte Rôtie è composta da 187 ettari di vigneti in produzione, un’estensione che si è triplicata in trent’anni, con una resa media di 38 hl. per ettaro. Il suolo è a dominante granitica, con colline di forte pendenza su cui sono state realizzate una serie di terrazzamenti. La Côte Rôtie si divide tradizionalmente in brune, che presenta in superficie uno strato di argilla e di ossido di ferro, e in blonde, dove invece troviamo uno strato silico-calcareo. Il clima, come per il resto del Rodano settentrionale, è di tipo continentale moderato, con estati secche e calde e piogge regolari nelle altre stagioni. I Côte Rôtie sono vini rossi di grande ricchezza ed eleganza, con una splendida attitudine all’invecchiamento in bottiglia, in cui la syrah si esprime ai vertici delle sue possibilità, in cui spesso troviamo anche del viognier, il vitigno bianco che dà vita al Condrieu, che può essere presente fino ad un massimo del 20%.

Hermitage

L’Hermitage insieme al Crozes-Hermitage, è l’unico cru del Rodano settentrionale a situarsi sulla riva sinistra del fiume. Forte di 134 ettari vitati in produzione, che sono stati fissati per decreto ministeriale, ha una resa media di 32 hl. per ettaro ed è prodotto sia in bianco che in rosso. Al tipico suolo granitico si sovrappongono, a seconda dei vigneti, strati scistosi di mica e quarzo o ciottoli alluvionali. Il clima è di tipo continentale moderato e grazie alla sua posizione è protetto dai venti del nord. La produzione di vini bianchi è qui di notevole importanza, visto che giunge circa al 30% della produzione complessiva. Per quanto riguarda l’Hermitage rosso è considerato insieme al Côte Rôtie il vertice qualitativo dei vini che provengono dalla syrah ed uno dei vini più prestigiosi al mondo. Il bianco invece è prodotto con roussanne e marsanne e, pur avendo una bella piacevolezza nei primi anni, raggiunge i suoi vertici qualitativi solo dopo diversi anni, grazie ad una capacità di affinamento in bottiglia quasi uguale al rosso.

Condrieu

Una zona ed un vitigno unici hanno fatto del Condrieu un vino mondialmente conosciuto e ricercato. Situato poco più a sud del Côte Rôtie sulla riva destra del Rodano, appena sotto Vienne, presenta un suolo a dominante granitica, in forte pendenza e lavorato a mano in terrazze. In 30 anni gli ettari di Condrieu sono passati da 12 a 105, segno evidente del successo e della qualità di questo vino. Il clima è quello tipico del Rodano settentrionale, di tipo continentale temperato e con estati calde e secche. Le rese sono di circa 34 hl. per ettaro ed alla base di questo splendido vino bianco troviamo un solo vitigno, il viognier, che offre al Condrieu una ricchezza, una pienezza minerale ed una capacità di invecchiamento che lo caratterizzano come un vino di qualità di valore assoluto.

Châteauneuf-du-Pape

Lo Châteauneuf-du-Pape è stato a lungo il solo nome conosciuto di tutto il vigneto rodaniano: più di 3000 ettari vitati e con una resa media per ettaro molto bassa, intorno ai 30 hl., che danno vita ad un vino che nelle sue migliori espressioni riesce ad abbinare qualità e quantità. Dopo un periodo di appannamento in questo ultimo decennio è tornato ad essere il principale riferimento per i vini meridionali del Rodano. Il suolo è principalmente argillo-calcareo, ricorperto di ciottoli mescolati a dell’argilla rossa sabbiosa. Il clima è mediterraneo e molto secco, con circa 2800 ore di sole all’anno, un calore che viene immagazzinato dai ciottoli durante il giorno per essere restituito durante la notte, ed un maestrale che risale la vallata del rodano. Contrariamente alla parte settentrionale, lo Châteauneuf-du-Pape è frutto di una cuvée in cui entrano in gioco molti vitigni, tradizionalmente 13, sia rossi che bianchi ma che oggi sono di solito non più di sei o sette. Lo Châteauneuf-du-Pape rosso nasce principalmente da grenache, cinsault, mourvèdre e syrah, cui si aggiungono muscardin, counoise, clairette e bourboulenc e, per complessità e ricchezza, è vino da lungo invecchiamento. E’ da notare che tra questi tredici vitigni non è previsto il carignan. Per quanto riguarda il bianco, solo il 6% della produzione, grazie ad alcune etichette di altissima qualità ha saputo anch’esso imporsi all’attenzione degli appassionati.

Rodano settentrionale

dopo aver visto le star  della regione vediamo le altre denominazioni. Come constaterete dalla degustazione, ce n’è una in particolare che sta rapidamente scalando le vette della qualità e della reputazione: Cornas. Circa 100 ettari in produzione, tutti nel comune di Cornas, sulla riva destra del Rodano, con una resa media di 33 ettolitri per ettaro, un’esposizione sud sud-est, particolarmente soleggiata, ed un terreno granitico dalle pendenze molto elevate, quindi terrazzato e sostenuto da muretti, preferibilmente a secco. I Cornas sono solo rossi e provengono esclusivamente da uva syrah, sono di grande tannicità ed è preferibile consumarli dopo almeno 4/5 anni. Accanto a questa troviamo le due denominazioni più ampie, facili da reperire e a buon mercato del Rodano settentrionale: Crozes-Hermitage e Saint-Joseph. 1300 ettari la prima, sulla riva sinistra del fiume, 960 la seconda,  sulla riva destra, entrambe prevedono la syrah per i rossi, marsanne e roussanne per i bianchi. Per quanto riguarda i Crozes-Hermitage, il suolo è, nel lato confinante con  Hermitage simile a quest’ultimo, fondamentalmente granitico, mentre più a sud troviamo uno strato argilloso coperto da ciottoli. A Saint-Joseph invece troviamo un suolo granitico con strati scistosi e di mica. Meno ricchi ed imponenti dei Côte Rôtie o degli Hermitage, i rossi di Saint-Joseph sono piuttosto fini, freschi e di media longevità, mentre i Crozes, più strutturati, pur se già piacevoli in gioventù invecchiano quasi come i loro vicini più famosi. Per quanto riguarda i bianchi invece i ruoli tra le due denominazioni si invertono: più freschi ed immediati i Crozes, più complessi e strutturati ed in grado di meglio invecchiare i Saint-Joseph. Vanno segnalate, per finire, ancora due denominazioni, entrambe vocate ai vini bianchi. Una è Saint-Péray, meno di 60 ettari piantati a marsanne e roussanne che danno vini freschi, piacevoli ed immediati; l’altra è una denominazione di soli 3,5 ettari e riguarda un solo domaine: Château Grillet. Da uve viognier, posto al centro della denominazione Condrieu, produce non più di 10mila bottiglie l’anno di un vino austero, chiuso e che si mostra in tutte le sue qualità solo dopo svariati anni di bottiglia. Data la rarità, i prezzi sono piuttosto sconsiderati.

Rodano meridionale

Per quanto riguarda la parte meridionale la situazione è più complessa. Da un lato abbiamo l’Appellation Côtes du Rhône Villages, 16 denominazioni che si estendono su ben 95 comuni, quindi una grande varietà di suoli differenti, da quelli argillo-sabbiosi, come troviamo per esempio nel caso del Cairanne, a quelli calcarei con strati di ciottoli, come nel caso del Rasteau. Tutti insieme i Côtes du Rhône Villages coprono più di 7mila ettari vitati in produzione. Tutti hanno però in comune il clima, tipicamente mediterraneo, ed i vitigni: nei rossi e nei rosati domina la grenache, che deve partecipare all’uvaggio per un minimo del 50%, con syrah o mourvèdre per almeno il 20% e via via i vari vitigni autorizzati nella regione, in ragione di un massimo del 20%; per quanto riguarda i bianchi invece possono essere monovitigno o uvaggi a base di grenache bianca, clairette, marsanne, roussanne, bourboulenc o viognier. Dall’altro lato troviamo i cru, come lo Châteauneuf-du-Pape. Sono il Gigondas, il Lirac il Tavel ed il Vacqueyras. Tavel è la patria dei rosati, l’unica tipologia di questa denominazione di quasi 1000 ettari che produce con una media di 43 hl. per ettaro. Il terreno è principalmente calcareo, quindi leggero e filtrante, e l’uva principale è, come in tutto il Rodano del sud, la grenache. Da notare che accanto ai rosati freschi ed immediati si trovano anche vini di maggiore struttura e complessità. Su di un terreno argiloso con terrazze sabbiose si trova invece la denominazione Gigondas, principalmente rossi da uve grenache (massimo 80%), syrah e mourvèdre (minimo 15%), sono vini di grande struttura in grado di competere per fascino e longevità con Châteauneuf-du-Pape, ad un prezzo decisamente più accessibile. Lirac e Vacqueyras presentano tutte e tre le tipologie, bianco, rosso e rosato, ma anche in questo caso i vini più interessanti sono quasi sempre i rossi. I Lirac, che nascono su un suolo sabbioso e ghiaioso dai classici vitigni già ricordati del sud del Rodano, cui va aggiunto il cinsault, con rese che mediamente non superano i 40 hl. per ettaro, sono vini di buona materia e generosità, non particolarmente longevi ma in grado di affinarsi ed acquistare in eleganza dopo 3-5 anni in bottiglia. Per quanto riguarda i Vacqueyras invece nascono su un terreno argilloso, con strati superficiali ciottolosi e sabbiosi; il 97% della produzione è dedicato ai vini rossi, che provengono dai vitigni già citati, con un 50% minimo di grenache, e sono vini carnosi, ricchi e strutturati, che guadagnano ad essere consumati dopo 5-8 anni.

Balthasar

“Mio padre ha cominciato ad interessarsi alla produzione di Cornas ed a curare veramente i vigneti solo a metà degli anni ’80, come molti in questa zona, mentre io sono entrato in azienda solo nel 2002”. Il giovane Balthasar cura come un giardino i suoi 2,5 ettari a Cornas, ricavandone un totale di circa 7mila bottiglie all’anno, nei vigneti situati quasi tutti nella zona di Chaillot, accanto a quelli di Thierry Allemand, su un suolo argilloso, magro, aerato e su pendenze del 20-30% con vigne di 80 anni di età per una fittezza di circa 9000 piedi per ettaro. La vendemmia avviene su uve sempre a completa maturità e viene vinificata in vasche di cemento intera, senza diraspatura, per conservare l’acidità che il graspo fornisce al vino, visto che per Balthasar il punto debole del Cornas è proprio il tenore poco elevato di acidità, per poi maturare in tonneaux da 600 litri che hanno già dieci anni di vita. Il vino che nasce da questo approccio di reinterpretazione della tradizione è sempre da grande invecchiamento: “nelle tre annate che ho seguito personalmente anche la 2002, pur se un po’ più piccola, è in grado di crescere nei prossimi anni grazie al fatto di aver raccolto delle uve mature e perfettamente sane, e questo proprio per il tipo di terreno su cui crescono. Per quanto riguarda la 2003, certo è stata particolare, troppo calda, con il risultato di avere un vino più ricco e forse meno elegante del solito, ma evitando di diraspare sono riuscito a sostenere al meglio il tenore acido. Sicuramente non è il mio ideale di vino, meno elegante del 2004, ma comunque di ottimo livello; la migliore fino ad oggi, per la mia piccolissima esperienza, è senza dubbio quest’ultima, la 2004, in cui ritroviamo eleganza e pienezza”.

Clape

Auguste Clape è il presidente della AOC Cornas, una denominazione che conta 104 ettari in produzione, con una potenzialità che raggiunge i 200 ed in cui viene autorizzato l’impianto di soli 500 metri quadri all’anno. “L’azienda conta 7 ettari, di cui 5,5 in Cornas, per una produzione complessiva di 25mila bottiglie”. In cantina ha botti da 700 a 1200 litri ormai ventennali, una scelta precisa di rifiuto del legno nuovo: “recentemente abbiamo comprato due botti nuove per sostituirne altre un po’ troppo malandate; abbiamo deciso di “prestarle” ad un’azienda che produce vino bianco a Bandol, il Domaine Ott, per poterle utilizzare già ben avvinate”. In compenso anche gli assemblaggi vengono realizzati in legno. Questo approccio tradizionale è pienamente condiviso anche dal figlio Pierre, che ci spiega come non ci siano segreti da spiegare: “tutto quello che si deve fare è lavorare in vigna per ottenere le migliori uve possibili. L’azienda conta ben 18 parcelle diverse, che vengono vinificate separatamente a seconda dell’età delle vigne, visto che abbiamo viti che vanno dai 10 ai 60 anni e, in un paio di parcelle, fino a 100 anni di età”. Qui non si utilizzano lieviti selezionati: “10 anni fa è stato selezionato un lievito proprio nel Rodano, il Syrah Fleure, ma dopo averlo provato abbiamo deciso che non ci interessava, non era quello che volevamo per i nostri vini”. L’assaggio del 2004 delle differenti parcelle svela tutte le differenze ed evidenzia la qualità delle vigne vecchie, in particolare quelle di più di 60 anni della zona di Reynard. Sono comunque vini che pur già apprezzabili si esaltano con il passare degli anni, come ci hanno dimostrato facendoci assaggiare varie annate dal 2001 al 1992, ancora in perfetta forma.

Thierry Allemand

“Io non produco in modo biologico; il marchio, la parola ‘Biologico’ è stata inventata da chi non fa più il vino come si faceva una volta, o non sa come si faceva. Io faccio il vino normalmente, punto e basta.” 3,5 ettari in produzione, 10mila piante per ettaro per una produzione di 25-30 hl. (nel 2003 addirittura una media di 16 hl per ettaro). Ha tolto i fili di ferro a sostegno nei filari perché impedivano alle farfalle di volare dentro le vigne. Il terreno è granito con un po’ di argilla, un terreno che ha subito una grande erosione e facilita così la penetrazione delle radici in profondità. Tutti i vigneti sono su terrazze create a mano, perché le macchine non riescono a lavorare su queste pendenze, anche il nuovo mezzo ettaro che sta realizzando. Il vigneto più vecchio è del 1908, lungo 1600 metri ed esposto in pieno sud, tanto particolare che a volte lo vinifica in una cuvée speciale. La sua prima annata vinificata è stata il 1982, mentre la cantina è stata costruita in alto, sopra i vigneti, a 400 mt di altitudine, per essere più fresca ed ottenere una fermentazione più lenta – a marzo l’annata 2003 era ancora in fermentazione! – mentre il lavoro in cantina è ridotto al minimo: niente diraspatura, niente lieviti o enzimi, niente filtrazione, uve pigiate con i piedi, per poi passare 24 mesi in tonneau, tutti i passaggi avvengono per gravità, senza uso di pompe. Solfitaggi minimi, mai sulle uve, in ragione di 60 gr. Per 80 hl! thierry realizza anche una cuvée completamente non solfitata, la Sans Soufre, che però non vende se non è sicuro che venga tenuta tutto il tempo, fino al consumo, ad una temperatura non superiore ai 15°. Il 2002 è stato assemblato tutto insieme, ma anche in quest’annata i grappoli non sono stati diraspati, nonostante l’annata a priori poco favorevole a questo tipo di approccio, ed il risultato è stato comunque molto convincente.

Gripa

Saint Joseph, orientato a sud est sul “transatlantico”, la collina che su sporge verso il fiume. La côte des Oliviers con uno strato superficiale di terreno sassoso e pendenze fino al 30% e fittezza di 8-9mila piante per ettaro, tutti su terrazze sostenute da muri a secco, che permettono all’acqua di scivolare via e di non stagnare nel terreno, che altrimenti ne resterebbero imbevuti. Il 10% della produzione è di bianchi, con la marsanne coltivata su suolo granitico, bianco e la roussanne su suolo argilloso, rosso. Le vigne hanno 40 anni di media, alcune sono addirittura del 1918. per Bernard Gripa e suo figlio una delle ragioni della lunghezza di vita di questi vigneti sta nella scarsa densità; in effetti più i vigneti sono fitti, più c’è il rischio di malattie. Certo, quando erano giovani forse erano meno qualitativi, ma oggi sono vigneti che danno al vino una qualità e una profondità straordinarie. per quanto riguarda i St. J. Due stili: lato est, nerbo, finezza ed eleganza; per il lato sud, potenza, materia e frutto. Per quanto riguarda i St. Péray, piccola denominazione di soli vini bianchi, vini un po’ più semplici ma piacevoli e leggermente aromatici. Anche qui in cantina c’è una particolare attenzione ad un intervento il più ridotto possibile: spremitura con i piedi, fermentazione di circa tre settimane in tini scoperti, diraspamento a seconda delle annate.

Viret

La famiglia Viret è senza dubbio l’esempio più radicale di cosa sta accadendo nel Rodano meridionale per quanto riguarda il modo di fare ed intendere il vino. 50 ettari, di cui 30 di vigne, per la maggior parte grenache di più di 50 anni e con un vigneto più che centenario, mentre per il resto hanno deciso di piantare alberi da frutto e piante aromatiche. Il padre abbandona i pesticidi nel 1985, poi abbandona i diserbanti e via via tutti i prodotti chimici; oggi utilizza solo pochissimo zolfo. “non sono contro le industrie chimiche. Dico solo che anche loro devono riconvertire la loro produzione. Non devono più fare delle medicine bensì realizzare oligoelementi e prodotti a base di piante”. Nel 1999 costruisce finalmente la cantina basandosi sullo studio del magnetismo terrestre e delle direttrici elettriche e trovando, in una zona così povera d’acqua, una fonte a 35 metri di profondità, cercata peraltro dietro indicazione di un radioestetsista da almeno trent’anni. “l’asse è dato dalla fonte, mentre tutta la struttura è tracciata sulla base di cerchi regolati dalla proporzione del numero d’oro; i blocchi di pietra utilizzati, che vanno dalle 3 alle 6 tonnellate l’uno, sono stati riposizionati secondo lo stesso orientamento magnetico che avevano nella cava. Qui tutto è realizzato per gravità. Macerazione naturale per circa due mesi, poi niente lieviti o enzimi, a volte ci vogliono due anni per terminare la fermentazione.” Ma quello che conta è la terra: “ogni territorio ha un equilibrio, legato alla sua energia; è la ‘cosmocultura’. Più che di biodinamica noi qui parliamo di energia emotiva; il vino proviene da un rispetto della natura e della terra, è la memoria del vignaiolo. E’ importante creare un ambiente armonico per il vino”. Settari? Sono stati chiamati così a lungo, ma l’approccio ci sembra piuttosto diverso: “io non dico che gli altri viticoltori ‘devono’ lavorare così; noi lavoriamo così, poi ognuno ha la sua sensibilità ed il suo modo di lavorare”. Da notare che ormai sono diversi i produttori della zona che, visti i risultati, vengono dai Viret per capire ed imparare a produrre come loro.

Gramenon

Il Domaine Gramenon è uno degli alfieri dei vini non solfitati, così discussi da quando sono diventati un fenomeno di moda di questi ultimissimi anni. 28 ettari, di cui 5 acquisiti 6 anni fa a Vinsobres, nasce nel ’79 ad opera di... e...; dopo la costruzione della cantina, scavata direttamente nella roccia, la morte del marito nel 1989 non ferma l’opera di ..., decisa a portare avanti un modo di fare viticoltura nuovo e vecchio allo stesso tempo. Il vigneto è composto principalmente da vecchie vigne di grenache, di una media di 50-60 anni e con un vigneto di 120 anni, a 300 metri di altitudine nella Drôme, in una zona già di per sé piuttosto fresca e che viene battuta violentemente dal Mistral. “il lavoro in vigna è il più naturale possibile; vogliamo solo mantenere le piante sane ed essere in armonia con il territorio. Tutto viene fatto alla mano e cerchiamo di evitare per quanto possibile tutti gli interventi traumatici, dal diradamento – una vigna se è ben lavorata produce naturalmente poca uva – all’utilizzo del rame e dello zolfo. Questo non vuol dire che in certi casi, se assolutamente necessario, non siano stati effettuati questo tipo di interventi, vuol dire solo tentare di ridurli al minimo. Lo stesso accade in cantina. Niente utilizzo di lieviti o enzimi, diraspamento solo parziale, in certe annate e niente utilizzo di zolfo. Lo zolfo elimina una dimensione del vino, la profondità, soprattutto se utilizzato sulle uve, al momento della fermentazione. Senza zolfo si sente una vera e propria esplosione di aromi e se ci sono acidità e tannini il vino è robusto a sufficienza. Per le cuvée Memé e Pascal non pratichiamo nessun solfitaggio, sulle altre ne mettiamo pochissimo e solo al momento dell’assemblaggio.

François Villard

“Ho cominciato a lavorare come cuoco, fino ai 25 anni, poi ho cominciato una formazione di sommelier durante la quale ho incontrato dei vignaioli ed è stato un colpo di fulmine per la vigna e il vino”. Così si racconta François Villard, che nel giro di qualche anno ha saputo divenire uno dei valori sicuri del Condrieu. “il primo vigneto l’ho piantato nell’89; oggi ho 13 ettari in produzione. La chiave della riuscita è nella fittezza d’impianto. Tutti i miei vigneti sono a 10mila piedi per ettaro, con una vigna fuori della denominazione che arriva addirittura a 25mila. Grazie a questa fittezza riesco a fare degli ottimi vini anche con vigne giovani ma soprattutto ritroviamo il tipo di apparato radicale in maniera diretta nel bicchiere. Più l’apparato radicale resta in superficie, più il vino avrà un buon attacco ma mancherà di profondità; più l’apparato radicale va in profondità, più il vino avrà mineralità, profondità e verticalità”. Villard quest’anno è arrivato a produrre circa 60mila bottiglie, 20mila delle quali di Condrieu e 12mila di Côte Rôtie. “faccio delle vinificazioni parcellarie, per dimostrare che il Condrieu è un territorio con delle sensibili differenze; poi, per la vinificazione in bianco è necessario un approccio più intellettuale rispetto a quella in rosso; per esempio, preferisco ottenere della botrytis, non per la dolcezza ma per la nota aromatica che si sovrappone, senza cancellarla, a quella minerale.” sulla problematica della diraspatura ha invece un approccio più “laico”: “quando posso non lo pratico ma dipende dalla maturità del graspo, in annate come il 2002 per me è stato impossibile non diraspare”. Il punto, alla fine, è sempre quello: “più c’è fittezza nel vigneto, più le uve giungono a piena maturità, ed allora anche il graspo porta un elemento qualitativo in più al vino”. Semplice, no?

Garon

Se nella maggior parte dei casi le aziende del Rodano settentrionale producono diverse denominazioni, nel caso della famiglia Garon la produzione è ridotta al solo Côte Rôtie, ed in due sole etichette. “Abbiamo 7 ettari ma solo 3,5 sono a tutt’oggi in produzione – ci dice Carmen Garon. Abbiamo cominciato a piantare le nostre prime vigne nel 1982; in quegli anni le terre così in pendenza non costavano quasi nulla, valevano molto di più i terreni nella pianura, per farne frutteti. Abbiamo piantato della “serine”, come viene chiamata qui la “petite syrah”, perché era quella che c’era nelle vecchie vigne della zona, e questo nonostatnte dei seri problemi sanitari. Fino al 1995 abbiamo venduto le uve a Guigal, poi abbiamo deciso di fare il grande salto e di cominciare ad imbottigliare il nostro vino; nel 2003 si è aggiunta la cuvée Les Rochains.” Utilizzano il massimo consentito di viognier, il 20% “soprattutto nella Côte Brune il viognier dà al nostro Côte Rôtie maggiore finezza ed eleganza”, ed utilizzano pièce da 225 litri, solo per il 30% nuove. Anche qui il problema della diraspatura è affrontato in maniera molto pragmatica: “dipende dall’annata; il 2001 è 100% non diraspato, mentre nel 2002 abbiamo fatto esattamente il contrario.”

Jamet

10 ettari complessivi in produzione, di cui 8 in Côte Rôtie, suddivisi in 25 parcelle differenti, la maggior parte in Côte Brune, da cui i fratelli Jamet traggono un solo vino. “ Non pensiamo di creare dei cru; la cuvée di tutte queste parcelle dà un equilibrio che nessun cru può rendere.” Nei loro vigneti solo syrah, niente viognier “utilizzare uve bianche per un vino rosso? Un’aberrazione.” Jean-Paul e Jean-Luc Jamet hanno preso in mano l’azienda di famiglia nel 1986, e da allora il Côte Rôtie Jamet è diventato uno dei migliori della denominazione. La loro produzione non supera le 30mila bottiglie annue, tutte marcate da una finezza ed un’eleganza che sono diventate il loro tratto distintivo. La metà delle vigne hanno più di 40 anni.   

Château La Nerthe

90 ettari di vigneto su di un suolo argilloso coperto di ciottoli composto di terrazze e colline sovrastanti il corso del Rodano. Questo è Château La Nerthe, da sempre una delle referenze ed una delle tenute più importanti di Châteauneuf-du-Pape e di tutto il Rodano meridionale e che per le sue scelte e la sua qualità è senza dubbio emblematico del momento che sta vivendo l’intero vigneto rodaniano. Di questi 90 ettari, 84 sono di vitigni rossi e solo 6 di vitigni bianchi, ma sono presenti tutti i tredici vitigni ammessi dai disciplinari per la produzione di Châteauneuf-du-Pape, all’eccezione del terret, pur con una forte dominante, complessivamente circa il 50%, piantato a grenache; l’età media delle vigne è di 40 anni e la produzione complessiva è di circa 330mila bottiglie, 40mila delle quali di Châteauneuf-du-Pape bianco. Diretto da Alain Dugas dal 1985, data dell’acquisto della proprietà da parte della famiglia Richerd,  Château La Nerthe propone due versioni, sia in rosso che in bianco: una versione classica ed una riserva speciale, la Cadettes per il rosso e la Clos du Beauvenir per il bianco. Non viene utilizzato alcun tipo di diserbante o di trattamento con prodotti chimici di sintesi, tanto che la proprietà ha ottenuto la certificazione ECOCERT di coltivazione biologica, e la resa è di soli 25-30 hl. per ettaro, quando la resa consentita dal disciplinare è di 35. Anche in cantina le cose sono e non sono “tradizionali”. A seconda delle cuvée e delle annate, vengono utilizzate in percentuali variabili sia barrique che tonneau da 60 hl., ed inoltre in certi casi, come per la cuvée tradizionale 2002, una parte viene vinificata in vasche di pietra che si trovano nella parte della cantina scavata nella roccia nel 1560, e che hanno pareti di 1,20 mt. di spessore, mentre per quanto riguarda i bianchi non viene mai realizzata la fermentazione malolattica, al fine di conservare equilibrio e freschezza. 

 

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